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Chi ben comincia: Quando eravamo in tre

Prendilo come un regalo. L’unico regalo che posso farti. L’unico che un giorno potrà voler dire qualcosa per te. Sono venuto spesso a trovarti. Non mi riconosci mai, mi tratti sempre come uno che vedi per la prima volta. Presto dovrò andar via. Può darsi che non ti riveda più. Ma chissà, forse un giorno riuscirai a ricordare tutto quello che è successo nelle settimane che abbiamo passato insieme. E se dovesse succedere, che cosa vorrai sapere? Che cosa chiederai? Che cosa penserai di me e di Gill e di Tess? E che cosa farai? Di te stesso, voglio dire. Questa è l’incognita più importante. Una delle ragioni per cui scrivo è farti capire quello che eri per me, quello che eri per noi. Che cosa pensavamo di te. Proprio adesso mi torna in mente quella volta che abbiamo discusso dei regali. Non esiste un regalo disinteressato, hai detto tu. Tutti i regali si fanno in cambio di qualcosa. Io non ero d’accordo. Un regalo è un regalo solo se viene fatto liberamente, ho detto. …

Chi ben comincia: Cronaca di una morte annunciata

Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5 e 30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma al risveglio si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. «Sognava sempre alberi» mi disse sua madre, Plácida Linero, rievocando ventisette anni dopo i particolari di quel lunedì ingrato. «La settimana prima aveva sognato di viaggiare da solo su un aereo di carta stagnola che volava senza mai trovare ostacoli in mezzo ai mandorli» mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva avvertito il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva raccontato nei giorni che precedettero la sua morte.

Chi ben comincia: Seta

Benché suo padre avesse immaginato per lui un brillante avvenire nell’esercito, Hervé Joncour aveva finito per guadagnarsi da vivere con un mestiere insolito, cui non era estraneo, per singolare ironia, un tratto a tal punto amabile da tradire una vaga intonazione femminile. Per vivere, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi da seta. Era il 1861. Flaubert stava scrivendo Salammbô, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine. Hervé Joncour aveva 32 anni. Comprava e vendeva. Bachi da seta.

Chi ben comincia: Margherita Dolcevita

Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon. Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolaltro, cioè con un nome inventato e scelto. In fondo tutti lo fanno. I miei genitori mi hanno chiamato Margherita, ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita; mio nonno, che è un po’ arteriosclerotico, mi chiama Margheritina, ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta, che era sua sorella. Ma soprattutto, quando sono allegra mi chiama Margherita Dolcevita. Il vigile davanti …

Chi ben comincia: Noi

L’estate scorsa, poco prima che nostro figlio partisse per il college, mia moglie mi svegliò nel cuore della notte. Subito pensai che fosse per i ladri. Da quando ci eravamo trasferiti in campagna bastava uno scricchiolio, uno schiocco, un fruscio a farla trasalire. Io cercavo di rassicurarla: sono i caloriferi, dicevo, le travi che si contraggono o si espandono, le volpi. Sì, volpi che si portano via il laptop o le chiavi della macchina! rispondeva, e restavamo sdraiati con le orecchie tese. C’era sempre il pulsante dell’antifurto, accanto al letto, ma non mi pareva il caso di usarlo, col rischio di dar fastidio a qualcuno… ai ladri, per esempio. Non sono particolarmente coraggioso, né dotato di un fisico imponente, ma quella notte guardai l’ora – le quattro e qualcosa – sospirai, sbadigliai e scesi di sotto, scavalcando il nostro inutile cane. Mi trascinai di stanza in stanza e dopo aver controllato porte e finestre risalii in camera. «È tutto a posto» dissi. «Dev’essere l’aria nei tubi dell’acqua». «Ma di che stai parlando?», fece Connie, tirandosi …

Chi ben comincia: Sette minuti dopo la mezzanotte

Il mostro si presentò poco dopo la mezzanotte. È così che fanno. Conor era sveglio quando arrivò. Aveva avuto un incubo. Be’, non un incubo: l‘incubo. Quello ricorrente che da qualche tempo l’ossessionava. Quello con il buio e il vento e le urla. Quello con le mani che gli scivolavano dalla presa, per quanto cercasse di trattenerle. Quello che ogni volta si concludeva con… «Va’ via» sussurrò il ragazzo all’oscurità della sua camera, cercando di respingere l’incubo, di impedirgli di seguirlo nel mondo della veglia. «Va’ via adesso.» Diede uno sguardo all’orologio che sua madre aveva messo sul comodino. 12.07. Sette minuti dopo la mezzanotte. Le prime frasi del libro in lingua originale The monster showed up just after midnight. As they do. Conor was awake when it came. He’d had a nightmare. Well, not a nightmare. The nightmare. The one he’d been having a lot lately. The one with the darkness and the wind and the screaming. The one with the hands slipping from his grasp, no matter how hard he tried to hold …

Chi ben comincia: Ciò che inferno non è

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine dal mare, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra. Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle. Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago. Si tocca il volto e cerca negli occhi, con il mare incastrato dentro, quel che vi resta di vivo. Di vivo c’è la luce di lei, smagliante nell’ultimo giorno di scuola. La studia come le mappe misteriose che da bambino amava contemplare per disincagliarne tesori e isole, navi e onde.

Chi ben comincia: Guida galattica per gli autostoppisti

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione. Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era afflitta da una quasi costante infelicità.

Chi ben comincia: Sostiene Pereira

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi deriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte.

Chi ben comincia: L’uomo a rovescio

Martedì ci furono quattro pecore sgozzate a Ventebrune, nelle Alpi. E giovedì nove a Pierrefort. – I lupi, – disse un vecchio. – Scendono a valle. L’altro vuotò il bicchiere, alzò la mano. – Un lupo, Pierrot, un lupo. Una bestia come non ne hai mai viste. Che scende a valle. Titolo: L’uomo a rovescio Autore: Fred Vargas Editore: Einaudi Anno: 1999 Titolo originale: L’homme à l’envers Traduttore: Yasmina Melaouah 328 pagine     Descrizione Ma è davvero un lupo che uccide tra le montagne del Mercantour? Mentre le superstizioni e le leggende cominciano a girare, un sospetto si diffonde: non è una bestia, potrebbe essere un lupo mannaro. Quando Suzanne viene ritrovata sgozzata, il dubbio diviene certezza. Un impeccabile disegno narrativo e una perfetta costruzione dell’intreccio fanno di questo romanzo un autentico gioiello, in cui lo scenario aspro e selvatico della montagna fa da contrasto alla vitalità della giovane Camille, eterna amante in fuga del commissario Adamsberg. Proprio lui, guardando distrattamente un servizio del telegiornale dedicato ai lupi, una sera crede di riconoscere la …